Eroi per caso sulla “Freccia Bianca”

Italia, 11 luglio 2013

Le campagne di Reggio Emilia scorrevano veloci dai finsestrini del treno dell’Alta Velocità, il Freccia Bianca.

In verità le tanto propagandate eccellenza e puntualità delle Ferrovie, in quella tratta, rimangono  propaganda. Se quel giorno mi trovavo su quel treno a quell’ora era stato a causa dell’incredibile ritardo accumulato il giorno prima dell’analogo treno che mi portava da Roma ad Alessandria. Insieme ai miei collaboratori piemontesi avevamo programmato un’agenda da fare invidia agli orologi svizzeri. Alle 14.30 in punto avevamo pervisto il mio intervento cronometrato in modo da poter ripartire alle 16,00 per poter far fronte agli impegni romani del giorno successivo.

Avevamo confidato troppo sulla puntualità della cosiddetta Alta Velocità; infatti, dopo una sosta forzata e misteriosa su un tratto di campagna, il treno Roma Alessandria arrancava a fatica e, giunto a Genova, si fermava nuovamente. Il locomotore era da cambiare per poter affrontare la salita!.

Così sarebbe saltata l’agenda. Grazie al miracolo dei cellulari, i miei collaboratori si prodigarono con la segreteria di Bologna per organizzare il mio pernottamento ad Alessandria e a posticipare per il tempo necessario il mio intervento al meeting.

Ecco perché il giorno 11 intorno a mezzogiorno mi trovavo sul treno Alessandri Lecce; a Bologna avrei preso quello per Roma. Un giorno perso, grazie alle Ferrovie, con tutti gli impegni rinviati, quelli rinviabili, e persi gli altri.

Mi ero dato un pausa dalle mail, dalle telefonate, dalle correzioni di bozze e dalle letture di nuovi manoscritti che pure attendevano nei file, Osservavo indifferente  lo scorrere delle campagne e pensavo a una donna che per me resterà sempre un mistero. Una donna presente nella mia vita, ovviamente, e destinata di tanto in tanto a turbare i miei pensieri senza tuttavia qualificare con chiarezza la natura dei turbamenti.

Bologna era vicina, quindi  cambiai l’oggetto del mio pensare e decisi di predispormi al cambio del treno: misi in borsa il portatile, controllai i messaggi e considerai che una visita in toilette sarebbe stata opportuna.

La toilette era ubicata alla fine della carrozza in mezzo alle porte di discesa,

Un rumore insolito e inquietante proveniva da una delle due porte: quella di destra nel senso di marcia. Il rumore mi colpì ma non vi badai tanto mentre mi accingevo a introdurmi in toilette.Non appena dentro compresi che qualcosa di serio stava succedendo su quel treno che, di colpo, inchiodava producendo uno stridore metallico tremendo. Lo strattone mi fece perdere l’equilibrio già precario nella srtetta toilette.

Uscendo, notai che il rumore aumentava mentre un’addetta delle ferrovie si disperava nel tentativo di comunicare al cellulare qualcosa a qualcuno.

Chiesi cosa stesse succedendo e la donna in divisa, che si sentiva persa in preda al panico, mi disse che quella maledetta porta si era aperta e non c’era modo di chiuderla. Ma il vero problema stava nel fatto che quel maledetto treno non doveva rimanere fermo lì a quell’ora, non si poteva bloccare il transito degli altri convogli e il rischio era alto.

La cosa non era sfuggita agli altri passeggeri: diedi uno sguardo alla carrozza di destra e poi a quella di sinistra e vidi persone in piedi, mute, e con le facce terrorizzate; a nessuno di loro erano sfuggite le farsi inquetanti pronunciate dalla donna sia a me sia al cellulare.

Occoreva agire in fretta. La donna, per quanto combattiva e volenterosa, non aveva nè la forza nè la concentrazione necessarie per tentare qualche azione efficace.

Un passeggero abbastanza atletico e sportivo si unisce a noi. Allora decidiamo di tentare di chiudere manualmente la porta spingendola con forza sui suoi binari nel tentativo di provocare l’incastro. L’altro, più di me, tenta più volte invano, quasi a sfinirsi, mentre la donna sembra definitivamente perduta.

Osservo che la porta, in basso, è fuori linea rispetto alle guide: allora ho una folgorazione, un intuito; l’uomo nel temntativo di imprimere forza spingeva anche verso l’esterno disallineando ancora di più la porta, quindi suggerisco di tirare dalla parte opposta allo scorrimento, verso l’interno, mentre uno dei due spinge.Ci dividiamo i compiti: lui spinge e io tiro verso l’interno. Un solo  tentativo e l’ingranaggio si innnesca: la porta è chiusa. La donna riprende fiato e colore, blocca definitivamente  la porta e dà il via libera. Il treno può ripartire e il pericolo viene scongiurato.

Rientro in carrozza e tutti stanno ancora muti in piedi col fiato sospeso: alzo le mani in segno di pericolo scongiurato, tranquillizzo tutti mentre il compagno di ventura, il vero eroe per caso, mi viene dietro. Il sospiro di sollievo è collettivo e scatta insieme a un sentito grazie di tutti.

Una signora abbozza un applauso ma il frastuono del treno nuovamente in corsa lo soffoca.

Giunti a Bologna la ferroviera e il capo treno ci raggiungono: vogliono i nostri nomi per segnalare alle ferrovie il nostro intervento. Ma io devo correre, mi parte il treno per Roma, farò a meno dell’encomio; sarà poter raccontare l’accaduto. Oggi il telegiornale riferisce della grande tragedia ferroviaria in Francia… ho ancora i bdividi.

Buon viaggio a tutti. 

Vito Manduca

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Pensioni: tra tante riforme, la povertà avanza

Era inevitabile: uno dei primi pensieri del governo è l’eterna riforma delle pensioni. Come nel gioco dell’oca, a ogni legislatura si ritorna al punto di partenza.

Pensione flessibile, pensione anticipata, pensione ritardata, pensione decurtata, pensione d’oro, pensione da fame, pensione sociale, scalino, scalone, finestra, assegno, vitalizio… tanti modi diversi per definire il medesimo concetto che ruota intorno alla fine del lavoro come per rendere drammatico un evento che dovrebbe essere ovvio,  naturale e, sotto il profilo finanziario, perfino semplice.

Una delle poche intuizioni positive circolata tra una riforma e l’altra è stata quella della flessibilità. Peccato che si è imposta una flessibilità unilaterale intesa come libertà dei governi di modificare a piacimento i criteri di accesso alla pensione, naturalmente a danno degli interessati a causa del continuo spostamento in avanti dell’età della quiescenza.

Provo ancora a rilanciare l’intuizione della fessibilità, intesa come libertà del lavoraorore over 55 di scegliere liberamente quando smettere di lavorare conoscendo in anticipo l’entità dell’assegno. L’ho scritto anni fa nel mio libro “Vite rubate” e trovo il concetto valido ora più che mai. Secondo la legge dei grandi numeri possiamo azzardare l’ipotesi che le due opzioni, rimanere in servizio o andare in pensione, registrerebbero il 50% dei consensi.

Sarebbe questo l’unico modo serio per personalizzare le scelte senza traumi e per consentire davvero il ricambio generazionale. Diversamente i nostri giovani diventeranno vecchi senza aver conosciuto il lavoro e senza avere la possibilità di realizzare un montante contributivo utile alla futura pensione.

Le conseguenze per tutti sarebbero drammatiche: in meno di mezzo secolo l’italia si avvierebbe a divenire irreversibilmente un paese di poveri in cui neppure gli attuali super ricchi potrebbero dormire tranquilli.