Pensioni: tra tante riforme, la povertà avanza

Era inevitabile: uno dei primi pensieri del governo è l’eterna riforma delle pensioni. Come nel gioco dell’oca, a ogni legislatura si ritorna al punto di partenza.

Pensione flessibile, pensione anticipata, pensione ritardata, pensione decurtata, pensione d’oro, pensione da fame, pensione sociale, scalino, scalone, finestra, assegno, vitalizio… tanti modi diversi per definire il medesimo concetto che ruota intorno alla fine del lavoro come per rendere drammatico un evento che dovrebbe essere ovvio,  naturale e, sotto il profilo finanziario, perfino semplice.

Una delle poche intuizioni positive circolata tra una riforma e l’altra è stata quella della flessibilità. Peccato che si è imposta una flessibilità unilaterale intesa come libertà dei governi di modificare a piacimento i criteri di accesso alla pensione, naturalmente a danno degli interessati a causa del continuo spostamento in avanti dell’età della quiescenza.

Provo ancora a rilanciare l’intuizione della fessibilità, intesa come libertà del lavoraorore over 55 di scegliere liberamente quando smettere di lavorare conoscendo in anticipo l’entità dell’assegno. L’ho scritto anni fa nel mio libro “Vite rubate” e trovo il concetto valido ora più che mai. Secondo la legge dei grandi numeri possiamo azzardare l’ipotesi che le due opzioni, rimanere in servizio o andare in pensione, registrerebbero il 50% dei consensi.

Sarebbe questo l’unico modo serio per personalizzare le scelte senza traumi e per consentire davvero il ricambio generazionale. Diversamente i nostri giovani diventeranno vecchi senza aver conosciuto il lavoro e senza avere la possibilità di realizzare un montante contributivo utile alla futura pensione.

Le conseguenze per tutti sarebbero drammatiche: in meno di mezzo secolo l’italia si avvierebbe a divenire irreversibilmente un paese di poveri in cui neppure gli attuali super ricchi potrebbero dormire tranquilli.

 

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