Desertificazione dei sentimenti

Sarà il segno dei tempi, sarà l’avanzare di un pragmatismo cinico e selvaggio, sarà la corsa sfrenata alla realizzazione individuale seppur limitata alla sola apparenza, sarà quel che sarà, ma non si può non notare, con un senso di profonda tristezza, la tendenza a respingere sentimenti ritenuti dalla gran parte dell’umanità come fondanti delle relazioni umane.

Che si tratti dell’amore per antonomasia, quello materno e fraterno, o dell’amore chimico tra due persone un tempo sconosciute o, ancora, dell’amore generico verso il prossimo non fa poi tanta differenza: a ben osservare i fenomeni frequenti di tragedie familiari, amicali e relazionali in genere segnalano una sorta di desertificazione dei sentimenti senza precedenti.

Il sesso delle vittime o dei carnefici conta poco. Certo, non si può negare, che spesso il ruolo della vittima spetta agli individui più deboli tra i quali sono incluse le donne. Tuttavia, al di fuori delle tragedie  riferite dalla cronaca, nella vita ordinaria e normale, spesso anche nel mondo a noi circostante, è facile imbattersi in situazioni, perfino familiari, dove alcuni componenti, di entrambi i sessi, sembrano smarrire le retta via e  cancellare, come un colpo di spugna su una lavagna, termini come amore, amicizia, fratellanza, solidarietà, alleanza.

Se i protagonisti vengono intrattenuti sulle cause di tanta aridità e irrazionalità di approccio spesso riferiscono motivi, più che futili, insussistenti da fare invidia alla favola del lupo e dell’agnello.

Sicché una telefonata mancata, se pur per ragioni valide, la dimenticanza di una ricorrenza come un compleanno, il moderato trasporto nel formulare un apprezzamento o la freddezza percepita di fronte a un evento meritevole di attenzione, sono presi a pretesto per produrre insanabili fratture perfino fra madri e figlie e fra sorelle o fratelli.

Se non è il segno dei tempi che accomuna più o meno tutti, non rimane che la sfera intiima e profonda dell’inconscio dei protagonisti. Se così fosse non basterebbero cento anni di psicoanalisi. 

C’è di che meditare, ed è bene che chi deve farlo non perda ancora tempo prezioso, in una popolazione che inesorabilmente invecchia!

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