La grande bellezza, nostalgia o profonda tristezza?

La grande bellezza

Nostalgia o profonda tristezza?

 

Ho salutato con piacere, e molto apprezzato, la decisione di Mediaset di mandare in onda, in chiaro, il film vincitore della statuetta d’oro. A prescindere dalle considerazioni di convenienza alla base della decisione.

Ho potuto così vedere il film comodamente nel salotto di casa con maggiore possibilità di concentrazione e riflessione. Da tempo, e proprio per ragioni di tempo, frequento poco le sale cinematografiche e mi sarebbero mancati gli elementi. La visione privata è stata occasione  preziosa  per la recensione a cui tengo e non solo per la vittoria dell’Oscar da parte di un cineasta italiano di indubbio talento.

La grande bellezza, dunque, mi era parso di riscontrarla negli scorci mozzafiato di Roma che gli effetti speciali hanno saputo esaltare fin dai primi fotogrammi.

Roma è bella, certo, ma l’abilità delle riprese è in grado di coglierne ed esaltarne l’essenza della bellezza: il panorama dalla terrazza del Gianicolo,  gli esterni e gli interni dei  palazzi storici , le opere d’arte, le piazze ancor di più affascinanti di notte.

Certo, all’occhio attento non può sfuggire l’accortezza della ripresa con la dovuta predisposizione della location in modo da occultare ogni elemento di disturbo alla bellezza che deve essere percepita dall’occhio dello spettatore. Ma questo fa parte dell’arte specifica.

Tuttavia, all’interno delle strade, sulle terrazze dominanti il Colosseo, nelle piazze tirate a lustro, all’interno dei palazzi sontuosi e ovattati, dove non giungono neppure gli echi esterni, si muove una piccola umanità in assoluto contrasto con la bellezza dei luoghi.

Gli attori, ben calati nei rispettivi ruoli, dimostrano straordinaria bravura. Nessun giudizio di valore, quindi, sul talento fuori discussione. Tuttavia i personaggi interpretati contrastano sia col titolo sia con la bellezza effettiva dell’arte che perfino nei sampietrini si respira. Quando Anna Magnani girava l’onorevole Angelina era pur sempre la stessa Roma, ma non lo stesso popolo. I personaggi erano sanguigni, vivi, reattivi ancorché sofferenti a alle prese con la sopravvivenza quotidiana. Il popolo minuto, si diceva.

Sicché lo spettatore poteva decidere di volta in volta con chi immedesimarsi; e ce ne era per tutti.

Ne La grande Bellezza si sceglie un focus esclusivo su un gruppo sociale il cui comune denominatore è la ricchezza. Quella ricchezza che, anziché regalare gioie, finisce per comminare condanne, obbligando a un’esistenza decadente, senza pulsioni e con l’apparente assenza di affetti e di emozioni. Un’esistenza devastata dalla noia e dall’assenza di bisogni primari che, alla fine, sono il motore del progresso e della ricerca della felicità.

La musica martella sulle terrazze sistemate a festa. Per un istante, ma solo per un istante, non più lungo del tempo necessario al battito di un ciglio, per dirla con Shakespeare, lo spettatore vive, almeno io l’ho fatto, nel ricordo delle discoteche degli anni settanta, dove la musica penetrava negli intestini,  e assecondava le vibrazioni d’altra natura che spingevano verso la relazione col partner di turno, o con quello che si sperava di trovare nella magia della musica e nell’intrigo della notte.

 I protagonisti del film, invece, non sembrano cercare nulla; non vibrano con i decibel ma  sembrano muoversi come automi, le moderate e ostentate  attrazioni verso l’altro scemano fino a cadere nell’indifferenza o fino ad essere addirittura annullate  dallo snniffare l’ultima dose di coca a disposizione collettiva sul piano della cucina, sotto lo  sguardo tanto severo quanto bonario  della cameriera, l’unica dotata di apparente normalità e umanità.

Una ricchezza inutile.

Perfino per il protagonista che riesce a compiacersi  addirittura nel non consumare un rapporto sessuale con la matura spogliarellista, appena reduce da una performance di fronte al padre cocainomane.

In fondo non si comprende cosa in verità cerchi il protagonista che si definisce scrittore per aver pubblicato un solo romanzo di moderato successo nei suoi lontani vent’anni.

Le conversazioni poi, stravaccati sui divani della terrazza, scadono nelle assolute banalità, pur volendo lasciare intendere impegni intellettuali al di sopra del comune. Banalità, piccole cattiverie deliberatamente volte a ferire l’altro, bugie e mistificazioni, se non sputtanamenti in pubblico tuttavia moderatamente tollerati dai destinatari.

Forzato poi sembra l’aver voluto mischiare il sacro e il profano, inserendo quasi surrettiziamente nel gruppo il Monsignore e La Santa. Un sacro che, a parte il disagio finale della vecchia che si arrampica caparbiamente come può sulla Scala Santa con messaggi simbolici poco comprensibili, appare più profano del profano nel  religioso altolocato ostinato  a sciorinare  ricette di cucina e assolutamente non interessato a propagandare fede. Insomma un cocktai di decadenza a tutto campo.

In questo il film coglie l’obiettivo.

Solo alla fine capisci che la grande bellezza, in  fondo, è quella inseguita da sempre dal protagonista e perduta per sempre in una notte d’estate all’isola del Giglio quando, adolescente, flirtava con la coetanea  che, inaspettatamente e miracolosamente, si slaccia la camicetta e dice “vieni, ti faccio vedere una cosa”.

Eccola lì, dunque la grande bellezza: riposta nello scrigno del fanciullino di adulto incompiuto che alberga in molti.

Considerazioni finali: Roma è bella ma, se avesse un’anima in grado di percepire, non potrebbe che essere perennemente triste nel vedersi popolare da gente senza prospettive, senza interessi sociali, senza sentimenti, senza emozioni, neppure quando sniffa. Gente che non possiede, ma che è posseduta dalla ricchezza e che pure toglie grandi possibilità  di benessere alla collettività silente, sperperando inutilmente ricchezza.

Ed ecco che bellezza fa il paio con tristezza, anzi ne assorbe il significato.

Per fortuna la nostalgia di una bellezza mai colta, quella del fanciullino, induce chiunque a ripensare se non la sua prima volta, a quella prima volta che è rimasta lì, nel profondo, come a ricordare che quella grande bellezza poteva essere colta lì e solo lì, in quel lontano passato che non ritornerà.

 E allora, estratto dal mio libro Figli di Santa Pupa, ecco una delle mie “prime volte”  di cui la grande bellezza è stata custodita gelosamente  nel ricordo, mio e di chi era la protagonista di tanta bellezza.

Avevamo entrambi quattordici  o quindici  anni.

“ (…) reciprocamente e ripetutamente ci siamo cercati con le motivazioni le più stravaganti,

“a volte talmente inusuali e neppure credibili a noi stessi.

“in silenzio e titubante, ma in fondo speranzoso, mi recavo in cucina senza ragioni palesi, se non quella unica, e solo a me nota, di incontrare lo sguardo, avvertire la tensione della vicinanza che accentuava piacevolmente il calore. Sentire gli effluvi, potenziati dalla sua presenza, in quella cucina abitualmente non in uso, di cui per la circostanza ella era sovrana.

Immaginare reciprocamente di perdersi per un istante.

Quindi desistere.

(…) Con diverse motivazioni, ella pronunciò per più volte ad alta voce il mio nome. In fondo se lei era la promessa regina, il reame non poteva essere che mia esclusiva competenza.  La voce sovrastava il cinguettio  degli uccelli, il frinire delle cicale, il cri cri dei grilli, cortesi, si tacevano per un attimo come per lasciare libere le frequenze e non disturbare il richiamo. L’eco si spandeva  soave e magnetico sul campo. Volava sopra i cipressi, i pioppi, i ciliegi, le viti, le betulle si confondeva al refolo leggiadro della brezza sulle foglie e si calava dolcemente sulle spighe … raggiungendomi infine e risvegliando nuovamente i sensi. Ero Ulisse, ma non trattenuto al palo da funi bensì libero e sedotto dal canto (…) ‘vieni’ripeteva”. (Figli di Santa Pupa – A&B editore)

Raccoglievo l’invito e “La mia grande bellezza” si mostrava nello splendore dei suoi quindici anni.

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