La morte di Fidel Castro riaccende i riflettori su Cuba

Fidel Castro è stato uno dei leader più longevi e, comunque la si pensi, è innegabile che La sua politica e la gestione del potere sul popolo cubano consegnano alla storia luci e ombre.

Luci mai spente o affievolite per coloro che nel mondo ne hanno condiviso le idee esaltando soltanto la parte nobile del pensiero: quello rivoluzionario, sociale e di orgoglio nazionale.

Ombre mai dissolte per tutti coloro, a partire dai potenti della terra, che si sono ostinati per più di mezzo secolo a considerare Cuba e Fidel come pericolose minacce per le democrazie occidentali.

Gli uni e gli altri, probabilmente, sono stati condizionati dal pregiudizio della reciproca appartenenza e, magari, la realtà delle cose ha percorso una via mediana mai intercettata dalla opposte fazioni.

Comunque la si pensi, è innegabile anche ai detrattori di Fidel e della sua politica, che il Leader Maximo e il suo meraviglioso popolo, hanno saputo tenere testa alla prima potenza mondiale, o almeno finora ritenuta tale; hanno saputo resistere alle prolungate, ingiustificate e anacronistiche restrizioni, pur senza muovere o causare guerre.

Il braccio di ferro tra gli isolani forse più noti delle Americhe e la grande potenza, “impero del bene”, è stato ispirazione per un mio divertente romanzo che ha affrontato i due punti di vista con ironia, ma anche con dovizia storica.

“COHIBA
(Cronaca semiseria di un intrigo internazionale)”

(prefazione di Daniele Lorenzi – ARCI)
Nota dell’autore Vito Manduca

8771828114

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Pur non essendo finora stato a Cuba, ho da sempre nutrito una naturale simpatia per il popolo cubano e, pur non essendo fumatore, ho volentieri gradito il fumo dei sigari quando amici visitatori di Cuba me ne hanno fatto dono. Sul piano politico e sociale, ho da sempre avversato, anche politicamente, la tenacia con cui grandi potenze hanno persistito nel mantenere un embargo, tanto anacronistico quanto dannoso per la gente comune e inutile ai fini degli equilibri internazionali.
Superfluo dire che sin dagli anni della contestazione italiana ho partecipato alle suggestioni e, in un certo senso, respirato il fascino di lunga durata dei rivoluzionari “Barbudos”.
Che e Fidel hanno ispirato tante lotte sociali italiane alle quali mi sono trovato idealmente e attivamente partecipe; idee e lotte che hanno trovato ospitalità anche nei miei primi saggi sul lavoro e sulle ingiustizie sociali in genere.
Scrivere qualcosa su Cuba che non fosse il solito saggio politico o semplicemente la solita storia italiana di turismo sessuale è stata una conseguenza quasi naturale degli eventi internazionali, sociali e personali che, in qualche modo, hanno convogliato la mia curiosità di scrittore anche verso L’Avana.
Fatalmente ho trovato nel sigaro il denominatore comune in grado di amalgamare tutti gli ingredienti per farne un romanzo divertente, trasgressivo quanto basta ma, soprattutto, giocando con ironia su episodi di cronaca e di politica di risonanza internazionale, realizzarne un libro che ponesse ancora l’accento sull’isolamento imposto al popolo cubano. Un popolo che, pur negli innegabili disagi di decenni, ha dimostrato al mondo un particolare senso della vita e una tale positività di fronte alle avversità in grado di suggestionare e attrarre perfino intere generazione di paesi ricchi e di culture profondamente diverse.
Quando l’ho scritto, anni addietro, mischiavo realtà, fantasia e utopia vagheggiando l’evoluzione politica che poi c’è stata nei fatti. Per nulla ero convinto di anticipare, ma forse era intuito da scrittore, sia il disgelo con gli USA, sia la visita del Papa e, quindi la fine del “bloqueo”.
Quattro sono state fondamentalmente le ragioni che hanno fatto del sigaro, e di un suo venditore, i protagonisti prescelti a reggere l’impianto della storia.
In primo luogo, le vicende che hanno generato il noto scandalo di risonanza mondiale intorno alla Casa Bianca nell’era Clinton, dove proprio il sigaro, simbolo supremo di giochi proibiti, ne è stato protagonista, quasi di grado superiore alle persone che ne facevano uso improprio.
Più di recente, il nuovo corso avviato a Cuba con l’avvicendamento tra Fidel Castro e Raul Castro e con la graduale apertura endogena verso il resto del mondo, culminato con l’invito rivolto al Vaticano.

Nello stesso periodo, per curiosa coincidenza, l’amicizia personale nata con visitatori abituali ed estimatori di Cuba e di Fidel, mi forniva quei preziosi elementi di conoscenza, possibili solo sul teatro delle narrazioni.
Da ultimo, un nutrito servizio fotografico fatto per me da due preziosi nipoti nel corso di un loro viaggio nell’isola ricco di tappe e di suggestioni. Naturalmente, i sigari ricevuti di volta in volta in omaggio.
In sintesi, il libro è la narrazione, avvenuta in una sola notte, di un fantasioso venditore di sigari, non un abusivo ma un rappresentante ufficiale, che viene ingaggiato da due agenti segreti del cosiddetto autoproclamatosi “impero del bene” in missione per il loro grande capo, uomo di potere mondiale deciso a infrangere il bloqueo, voluto dai suoi predecessori e da lui stesso mantenuto in vita, per soddisfare le sue stranezze sessuali e attutire la noia del potere. La missione affidata agli 007 consiste appunto nell’ approvvigionamento illegale di sigari originali, nell’importazione clandestina della merce e, per rendere ancora più “speciale” il tutto, nella selezione e nel ratto di un’adolescente cubana da introdurre clandestinamente nel palazzo del potere: la “Green House”.
Per poter realizzare l’insano progetto, i due funzionari individuano in Ernesto l’uomo più adatto grazie alla fama di migliore rappresentante di sigari e dalla sua libertà di movimento insita nella funzione.
Il contatto, l’ingaggio e il ricatto rispettano tutti i canoni della narrativa di spionaggio. La proposta fatta al buon cubano è di quelle che non ammettono rifiuto e tutto si compie.
Fatalmente, come in tutti i reati perfetti, scoppia lo scandalo che travalica ogni confine al punto da apparire come un semiserio intrigo internazionale (sottotitolo del libro) e da indurre “il potere della Green Huose” a eliminare ogni traccia, inclusi naturalmente i protagonisti: il venditore dei sigari e la chica rapita e introdotta nel palazzo con generalità e nazionalità artefatte.
Una strana notte quella in cui Ernesto, ormai scampato al pericolo, si racconta all’unico amico fidato, tra le note di un’orchestrina, il fumo e l’alcol di un locale assolutamente inventato dall’autore. Una notte liberatoria che consente al narratore di combinare la storia, l’ironia della strampalata missione, il dramma vissuto per l’ennesima volta da una donna per il solo fatto di essere giovane, bella e, in questo caso, cubana, il malcostume politico comune a ogni forma di potere supremo e, sullo sfondo, l’esigenza vitale del grande popolo cubano di uscire dall’isolamento. Ingredienti che trovano la giusta collocazione nel libro e anticipano gli avvenimenti con la storica visita del papa e, di maggior rilievo politico, l’incontro e la stretta di mano tra il presidente Obama e Raul Castro.
Mi piace pensare che, in piccolissima parte, certo, anche il libro Cohiba ha spinto in questa direzione.
Una ragione in più che mi ha sollecitato a rilanciarlo con determinazione.
Collana: Clandestini
Pagine: 263
Prezzo: € 19,00

Cronaca semiseria di un intrigo internazionale

Romanzo di Vito Manduca

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