Un nuovo libro per Il giorno della memoria: “Rosa bianca” di Ernestina Tirria

“ROSA BIANCA” di Ernestina Tirria

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Un libro sulla Seconda guerra mondiale, un libro contro la violenza di razza e di genere, pubblicato a ridosso della giornata internazionale contro la violenza sulle donne a firma di Ernestina Tirria.
Quando mi pervenne il manoscritto di Ernestina Tirria ero impegnato nelle presentazioni del mio ultimo libro “Il Fante e le colline delle vette gemelle”. Un periodo felice dal punto di vista letterario dato che “Il fante”, intercettato dall’UNUCI e iscritto al premio Cerruglio 2015, ottenne il prestigioso riconoscimento nel corso di una solenne cerimonia, alla presenza, oltre che degli ufficiali delle Forze Armate dell’UNUCI, del contrammiraglio Sollitto, già capo della missione Mare Nostrum, e della senatrice della Repubblica Barbara Contini, già governatrice di Nassiria.

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Le motivazioni del riconoscimento sono state attribuite non già alle imprese belliche del soldato, che pure non saranno mancate, quanto alla sua azione umanitaria definita eroica, nella depressione desertica di El Alamein quando, sfidando il fuoco nemico e la morte, appena ventenne, nel luglio del 1942, si avventurò volontario su quella sabbia infuocata alla disperata ricerca dell’acqua per alleviare almeno le sofferenze dei commilitoni feriti e malarici nella cattività delle buche. Porterà a termine la missione, a caro prezzo con una grave ferita da fuoco incrociato sulla strada del ritorno, con l’acqua puzzolente di nafta ma salvifica.
Quel Fante, era mio padre: una storia di coraggio e di umanità in un teatro di guerra cruento dove l’umanità era davvero residuale. Una storia nella storia, degna di essere narrata anche per far comprendere agli odierni giovani lettori le innumerevoli sfaccettature dell’animo umano in scenari di guerra, dove i colori non sono mai nitidi ma connotati da mille sfumature non certo di solo grigio. Scenari che, purtroppo, sono lungi dall’essere svaniti. Anzi, in attualità, nuovi e minacciosi venti che spirano da Occidente a Oriente non sono certo gradevoli refoli ma tornado potenzialmente devastanti.

Dunque leggere il manoscritto di Tirria, “Rosa Bianca”, per poi valutarne la pubblicazione, mentre erano in pieno svolgimento le iniziative intorno a “Il fante”, mi consentì di considerare anche l’altra faccia nefasta della medesima guerra, la condizione delle popolazioni civili rimaste in patria. Condizione ancora più misera per quella parte di popolazione messa all’indice perché ebrea!

Deliberando per la pubblicazione, ho apprezzato, oltre che una bella storia, certo di sofferenza, certo di dramma immane, anche se narrata dall’autrice con estrema delicatezza, l’opportunità di forte aderenza con la mission della casa editrice di osservare e raccontare ogni fenomeno da più angolazioni e da diversi punti di vista.
In questo caso bipartisan per più ragioni: la medesima guerra narrata in un libro, “Il fante”, da un autore e, nell’altro, Rosa bianca da un’autrice; un protagonista uomo ne Il fante e una protagonista donna in Rosa bianca; un soldato ne “Il fante” e una fanciulla in “Rosa bianca”.
Ma “Rosa bianca” ha un elemento in più che, se possibile, merita maggiormente di essere cristallizzato nella memoria, narrando una travagliata storia d’amore comunque vissuta, dal 1938 a guerra finita, all’interno della tragedia dell’Olocausto che non ha risparmiato certo gli ebrei italiani.
Rosa, infatti, è un’adolescente di una famiglia ebrea di Como. Una famiglia felice e abbiente fin quando le leggi razziali non irrompono per devastarne la serenità e la normalità possibili in tempi in cui i venti di guerra soffiano impetuosi. Siamo a inizio guerra quando la piccola donna di nome Rosa incontra il suo Vincent, se ne innamora e sperimenta la sua prima volta in un angolo di paradiso sotto un salice piangente.
Ma l’idillio dura solo un attimo. Al risveglio, dopo l’amore sotto i rami flessibili del salice, Vincent non c’è più. Al suo posto una rosa bianca e una lettera di addio in cui esorta Rosa a lasciare l’Italia, dove ormai la sua famiglia, ebrea, non è più al sicuro. Il giorno dell’addio ai luoghi natii arriva presto. Rosa, impreparata all’evento e annichilita per l’addio forzato, viene spedita dalla famiglia in America, ritenuta all’epoca porto sicuro per chi si fosse voluto sottrarre alle follie naziste e fasciste.
In America, assolutamente all’oscuro delle vicende italiane, la piccola donna cresce e intercetta un possibile sogno: Mark, l’ufficiale gentiluomo. Ma il sogno americano non decolla e, a guerra finita, Rosa ritorna a casa dove dovrà constatare la dura realtà dello sterminio nazista e fascista della sua famiglia. Nella villa trova solo i servitori fedeli sopravvissuti perché non ebrei.
Il destino scaturito dalla guerra gioca altri scherzi, un po’ esaltanti e un po’ beffardi… Mark si materializza dalla lontana America. L’amore finalmente si consuma e, con una lenta metamorfosi, Mark si trasforma da amante irresistibile a marito padrone fino a divenire ciò che in attualità definiamo stolker.
Rosa deve combattere una nuova battaglia, stavolta non come ebrea ma come donna.
Ernestina Tirria evidentemente ama il lieto fine. Dal passato emerge nuovamente anche il primo amore: quel Vincent che, per rispondere a una questione di coscienza, non solo da soldato si scoprirà aver difeso senza successo la famiglia di Rosa ma, per non macchiarsi troppo degli eccidi con l’esercito, era divenuto obiettore.
Il corso della storia cambia e prende un’altra piega con il ritrovato primo amore…

In libreria oppure ordinando a eddaedizioniòtiscali.it

America: da Nuovo Mondo a Mondo “sTRUMPalato”?

Il sogno Americano è durato forse troppo a lungo al punto da trasformarsi in incubo?
Un sogno di libertà, di democrazia, di opportunità, forse irrealizzato, forse irrealizzabile o forse esageratamente perseguito da milioni di umani. Un sogno che, comunque, lasciava uno spiraglio di speranza che un mondo diverso e migliore da quelli distanti dall’America fosse possibile. Un sogno che faceva bene a una parte cospicua dell’umanità che, magari, prima o poi si sarebbe svegliata e sarebbe ritornata coi piedi sulla propria terra consapevole che “il migliore dei mondi possibili” deve essere quello che al momento ti ospita.

Mai avremmo immaginato, tuttavia, di passare dal sogno all’incubo di vedere l’America ostaggio di un solo uomo che in modo crudo lancia messaggi inquietanti non solo al resto del mondo ma agli stessi uomini e alle stesse donne che hanno fatto grande l’America e che lo hanno portato al trono.

Speriamo di svegliarci al più presto dall’incubo, senza ripiombare nuovamente in un sogno ormai tramontato; Semmai sogno dovrà esserci speriamo che sia quello di vedere il popolo americano riprendere le redini e porre rimedio dal basso: la marcia delle donne americane di ieri può rappresentare l’inizio del nuovo sogno di evitare lo scivolone da Mondo Nuovo a Mondo STR(a)UMPALATO!!!!

Terremoto: dopo la paura, proposta di prevenzione

Ormai è chiaro a tutti che l’Italia è una terra a elevato rischio sismico.
Noi osservatori lontani dalle zone particolarmente colpite possiamo farci un’opinione, sia sui drammi individuali e collettivi sia sulla macchina degli soccorsi e dell’assistenza alle popolazioni, soltanto dalle notizie che ci raggiungono direttamente in casa con la televisione e con gli altri strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione.
Da quanto apprendiamo, almeno per questi ultimi terremoti a partire dal 24 di agosto 2016, la macchina dei soccorsi messa in campo da tutte le organizzazioni civili e militari preposte sembra aver funzionato e funzionare, se non alla perfezione sempre auspicabile, al massimo delle possibilità sia per tempistica sia per efficacia degli interventi.
Anche la solidarietà diffusa, tuttavia mai scontata neppure fra gli italiani “brava gente”, sembra aver risposto e continuare a rispondere con grande generosità

Ovviamente, non potendo verificare, registriamo con orgoglio italiano il dato e affidiamo alla storia un giudizio più esaustivo e meno condizionato dalle emozioni del momento.

Un altro elemento apprezzabile, anche se per qualcuno probabile fonte di delusione, è l’ammissione della scienza, per voce degli esperti intervistati, circa l’impossibilità di prevedere con esattezza QUANDO un evento sismico si verificherà, DOVE si verificherà e di CHE GRADO.

L’ammissione, chiaro segno non tanto di impotenza quanto di onestà, fa sicuramente onore a una Scienza che vuole essere non esatta ma certamente corretta.

Le due verità ovvero la morfologia dell’Italia (sismica) e l’impossibilità per la scienza di prevedere il QUANDO, combinate alla consapevolezza che il SE non è messo in discussione, dovrebbe indurre tutte le istituzioni competenti non solo a tenere alta la guardia sull’organizzazione dei soccorsi da affinare e finanziare sempre al meglio ma di rivedere anche le norme antisismiche, sia per le nuove costruzioni civili e pubbliche sia per le ristrutturazioni o le ricostruzioni di quelle demolite.

Ed ecco l’ idea che spererei non fosse inedita e originale ma successiva a tante simili magari ancor non realizzate a livello di massa:

1) prevedere fra le norme antisismiche la realizzazione all’interno di ciascuna abitazione di una “zona di sicurezza”, ben individuata e individuabile e facilmente raggiungibile da ogni ambiente. Una zona sottostante ad un solido e ampio architrave magari ben messa in evidenza? Zona ovviamente da tenere sgombra in modo da poter accogliere i presenti; oppure solidi box (minibunker) di cemento armato progettati per tutti i piani, sulla stessa colonna, per ciascun appartamento (potrebbero essere per esempio i bagni)? Quale che sia, credo che a ingegneri e architetti non mancheranno le idee e cedo anche che il vincolo economico dovrebbe essere un elemento trascurabile: meglio una qualche metro quadro in meno in un’abitazione se questo può vuol dire una vita in più.

2) inserimento obbligatorio nelle scuole di una nuova disciplina finalizzata a far conoscere la geologia d’Italia, la dinamica di terremoti, i comportamenti da tenere e la gestione delle ansie.

Abbiamo assistito in questo scorcio di legislatura a tanti proclami sugli argomenti più disparati con scarse realizzazioni: credo che la causa della sicurezza richieda finalmente atti concreti a partire prorio da nuove legislazioni.

ALMAVIVA: ancora rottamazione umana – Schiavi “on line”

La vicenda di Almaviva ripropone il tema in chiave drammatica degli argomenti trattati sul finire del secolo scorso da l mio saggio “Rottami eccellenti”, Ediesse.

Alla pagina 115 scrivevo: “Schiavi on line”.
“proliferano in questi anni i cosiddetti call center. che, a parole nostre, altro non sono che centrali telefoniche/telematiche dentro le quali insistono varie postazioni (box) occupate da altrettanti operatori ed operatrici.
Forniscono servizi di consulenza di vario genere all’utenza, relegata sempre più entro le mura domestiche al riparo dei tradizionali contatti fisici presso le sedi dei fornitori dei servizi.
(…) L’operatore all’uopo formato, recepisce la richiesta attraverso cuffie fissate sul proprio capo. Contemporaneamente con le mani, che gli inventori del sistema hanno ben pensato di lasciare esonerate dal dover tenere cornetta e penna in mano, consulta le procedure informatiche, combinando su una tastiera lettere e numeri, recepisce l’informazione e con la voce la trasmette in diretta al richiedente.
Sistema indubbiamente comodo, veloce e a basso costo.
Ho avuto modo di avere testimonianza sull’argomento.
Gli addetti di norma non sono assunti col tradizionale rapporto di lavoro a tempo indeterminato:

– ottengono contratti individuali di collaborazione, a tempo determinato, co.co.co., ossia collaboratore coordinato e continuativo;
-vengono pagati molto al di sotto della media di attività impiegatizie tradizionali, di norma qualche euro a telefonata, in entrata o in uscita;
– devono rimanere ‘fermi’ alla postazione; praticamente legati alle cuffie (novelle catene di novelli schiavi) per 5 o 6 ore;
– devono sperare di parlare in continuazione, ovviamente a telefonate diverse, per poter realizzare una retribuzione ragionevole;
– e, quel che più stupisce, (…) devono pagare l’uso della postazione.

In altre parole devono pagare il proprio datore di lavoro affinché consenta loro di lavorare per lui, ed eventualmente essere poi pagati. (…)”

Presso le aziende che in questi anni denunciano a raffica esuberi e quindi procedono a licenziamenti di massa, pur in assenza di crisi acclarate ma grazie al fatto di poter ridurre il costo del lavoro delocalizzando le attività, magari non sarà proprio così. Per quanto è dato sapere, i lavoratori sono assunti a tempo indeterminato. Rimangono tuttavia le condizioni di lavoro prossime alla schiavitù, le retribuzioni assolutamente lontane dal principio di “sufficienza” pur sempre sancito dalla Costituzione vigente e, nonostante tutto ciò, la precarietà che vince sempre sulla certezza, pur a fronte di contratti a tempo indeterminato.

Insomma, ancora una volta per il lavoro “mala tempora currunt”. D’altronde, anche l’orientamento del diritto costituzionale sembra favorire proprio la precarietà, vista la decisione della Consulta di ritenere inammissibile il quesito sull’art. 18.

Il libro “Rottami eccellenti” può essere ordinato a v.manduca@libero.it prezzo € 13,00

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Morire in te

Pomeriggio uggioso di gennaio
per caso disceso nel tuo mondo
ho respirato te in quel ghiacciaio
scaldato un tempo da un amor profondo

quando, bambina, non osavi ancora
confessare almeno a te quella follia
di amarmi o, almeno almeno per un’ora,
inebriarti, facendo tua l’anima mia.

Magari sbaglio ora, sbagliai forse parecchio
al phon lisciando un dì i neri tuoi capelli
ancor bagnati davanti al grande specchio
a leggere le tue labbra e gli occhi belli

“un ragazzo solare come te, io amerei”
di fuoco il tuo sguardo mi trafisse
ignorai severo; eri bambina e appartenevo a lei …
parlai ben d’altro, ché lei, di là, non si ferisse

L’amavo, certo e l’amo, ma quel tuo dolce sguardo
languido e l’apparenza un po’ lasciva
mi entraron dentro come un traguardo
che anche in là, crescendo, mi assaliva.

Ed eccoti stanotte sul divano
dove di noi “monelli” saettava la passione
sorprendermi con un vibrante “t’amo”
nel mordermi la lingua all’effusione …

precipitevolissimevolmente
l’anima mia in quel bacio tuo dolcissimo
sparì tra le tue labbra interamente
morì per te e con te, ed è stato bellissimo!

Prima riflessione dell’anno nuovo

L’augurio globale è che l’umanità tutta possa mettere a frutto la maggiore maturità resa possibile da un altro anno,il 2016, trascorso fra eventi straordinari di segno opposto che hanno condizionato, nel bene e nel male, l’esistenza di intere collettività e di singole persone.

Sarebbe presuntuoso immaginare di incidere anche minimamente sull’agire delle masse. Il forte desiderio rimane quello di poter condividere la riflessione con piccoli gruppi, con famiglie e con semplici individui e indurre a comportamenti e azioni minime che siano semplicemente rispettose delle altrui opinioni e degli altrui modi di essere specialmente quando improntati, a loro volta, al medesimo rispetto se pure non in forma palesemente visibile.
Talvolta il rispetto del prossimo e del diverso si materializza anche con il “non fare” se il fare si traduce in molestia seppure involontaria.

La riflessione nasce dal fatto che vi sono persone che di fronte alla relazione con l’altro, a qualsiasi titolo (sorelle, fratelli, genitori, amici, coniugi, fidanzati) si pongono come osservatori critici e sistematici per tramutarsi in giudici monocratici e severi nel contestare arbitrariamente altro un comportamento semplicemente diverso da ciò che ci si attende.
Vi sono, tra queste persone, alcuni che, passato il buonismo di maniera del Natale ma cogliendo l’occasione dei rinnovati contatti natalizi, avviano veri e propri processi sommari che concentrano la loro azione proprio ai primi giorni dell’anno, tanto per dare il buon augurio.

Probabilmente si tratta di disturbi dell’animo che nessun terapeuta riuscirà mai a curare.

A queste persone, infelici e creatori di infelicità altrui, vogliamo dire di rasserenare gli animi e, caso mai, ignorare semplicemente le persone con opinioni diverse. L’efficacia e la magia dell’Oblio in siffatti casi possono fare ciò che nessuna terapia, psichica o fisica, potrà mai fare.

Anche a costoro, comunque, un grande augurio di rasserenamento e di felicità.

PRIMA AZIONE UTILE DELL’ANNO NUOVO: GUIDA PRATICA ALLA RICERCA DEL LAVORO METODO TRADIZIONALE

GUIDA PRATICA ALLA RICERCA DEL LAVORO
METODO TRADIZIONALE
ATTIVABILE IN PARALLELO CON I SISTEMI EVOLUTI
(STRUMENTO DI FORMAZIONE IN UN Workshop DEL 2014)
di
Vito Manduca
(Direttore Generale EDDA Edizioni/scrittore e saggista)

Obiettivo:
Fornire, a chi cerca lavoro per la prima volta o a chi ha perso il lavoro disabituandosi alla ricerca, uno strumento di stimolo con suggerimenti antichi ma sempre validi che si possono mettere in campo in assoluta autonomia pur non rinunciando alle metodologie di ricerca evolute.
Quel che conta è non rimanere passivi o, peggio, cedere alla rassegnazione fiaccati dalla percezione di indifferenza del resto del mondo, dalle sistematiche risposte negative o dalle mancate risposte alle centinaia di domande lanciate in modo indistinto nel mare magnum della rete.
La metodologia tradizionale del “cerco lavoro” reca con sé gli svantaggi connessi alla fatica quotidiana e al disagio di dover “chiedere”, appunto senza mediazione; tuttavia rimangono inalterati gli indubbi vantaggi dell’immediatezza sia in caso di successo sia in caso contrario. Le risposte negative fanno parte del gioco, sono scontate ma possono essere metabolizzate in tempo reale togliendo linfa alla logorante attesa.

L’ottimismo della ragione deve guidare ogni momento della ricerca, consapevoli che alla comprensibile affermazione dantesca di come “sa di sale lo pane altrui” si contrappone il biblico “chiedi e ti sarà dato” che porta sempre in sé un fondo di verità.
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PRIMA DI TUTTO ORGANIZZARSI

Prima di avventurarci nella ricerca, dobbiamo affinare la strategia partendo da un assioma: LA RICERCA DEL LAVORO SARÀ PER IL MOMENTO IL NOSTRO LAVORO, con la peculiarità che si tratta di attività non remunerata e, proprio per questo, è fondamentale ottimizzare i tempi e porsi obiettivi realizzabili a breve periodo.
In coerenza, dobbiamo essere consapevoli che tutte le energie dovranno essere indirizzate all’obiettivo avvalendosi dell’indubbia disponibilità di tempo.
Ogni strategia adottata a un fine presume, a monte, la conoscenza del fine stesso che, in questo caso, non può esaurirsi genericamente con il lavoro!
Occorre quindi, nella fase che definiremo “zero”, conoscere noi stessi, non solo i nostri desideri, le nostre passioni, i nostri limiti e le nostre esigenze ma la nostra disponibilità a dedicarci ad attività anche distanti dalle nostre precedenti competenze e/o formazione scolastica e che spesso esulano dai desideri e dalle passioni.
Il risultato finale, che non può non portare a un lavoro remunerato ancorché non corrispondente ai nostri progetti, sarà il risultato di una serie di fattori in gran parte determinati, e determinanti, la nostra volontà.
La prima operazione che dovremo dunque fare è stilare concretamente su carta una lista per ciascun fattore, partendo da ciò che è maggiormente prossimo ai nostri sogni per proseguire in una scala decrescente fino a degradare all’estremo opposto; dobbiamo cioè mettere in cantiere anche ciò che riteniamo distante dai nostri sogni purché in grado di soddisfare in parte le nostre esigenze di produzione di reddito.
Non è un caso che in attualità il lavoro dei campi, dolosamente criminalizzato da pseudo intellettuali della seconda metà del secolo scorso inducendo molti di noi ad abbandonare perfino le terre conquistate dai nostri padri, viene oggi riscoperto da molti giovani a valle di curricula scolastici di tutto rispetto.
Stileremo quindi almeno quattro elenchi, e lo faremo in concreto utilizzando la vecchia biro e la vecchia carta (Il foglio Excel è un optional di seconda priorità).

LA PRIMA LISTA, CHE CHIAMEREMO DEI LAVORI, SI ARTICOLERÀ IN:

A) Lavori intellettuali e manuali che mi piacerebbe fare.
DECLINARE in una scala decrescente IN BASE AL GRADIMENTO. Si potrebbe FANTASTICARE anche su lavori fuori delle nostra portata, tipo astronauta, chirurgo, pilota d’aerei, acrobata, etc. ma evidentemente verrebbe meno lo spirito pragmatico del nostro impegno che, lo ricordiamo, deve consentire un risultato a breve; meglio dunque essere pragmatici, appunto, e soffermarsi su ciò che sogniamo ma esistente nella sfera del possibile.
B) Sottoelenco di lavori manuali e/o intellettuali che, per raggiungere lo scopo, sono disposto a fare magari in fase transitoria.
Più ampia è la rosa più aumenta la probabilità del risultato; pertanto è bene non escludere lavori ritenuti poco appetibili, tipo servizi alle persone (anziani/bambini/ammalati), servizi manuali ritenuti sgraditi dai luoghi comuni, quali operai, pulizie, consegne; lavori di natura commerciale: commessi, rappresentanti, camerieri (ricordiamoci che le figure commerciali addetti alle vendite – specie se a domicilio – non conoscono crisi neppure nei periodi di crisi. Non è salutare quindi escludere a priori in ragione del fatto che non ci riteniamo in grado o che riteniamo la pressione del risultato quotidiano poco sopportabile. Occorre sempre metterci alla prova e lasciare ai fatti, e agli altri, di valutare il nostro operato e la relativa efficacia. Dobbiamo considerare che anche i lavori di back office, o manuali, sottopongono a pressione continua, spesso sotto la costante sorveglianza senza margini di discrezionalità e/o di autonomia. La lista, quindi, non deve essere stilata già viziata da pregiudizi.
C) Focalizzare meglio, per ragioni pratiche, le attività, a prescindere dai desideri, che sono in grado di effettuare immediatamente senza bisogno di corsi di formazione se non le istruzioni del caso.
 La prima ricerca, dunque, si concentrerà sulla lista C e, se saremo stati flessibili e onesti con noi stessi, dovrebbe essere sufficiente.

LA SECONDA LISTA È DEI CONTATTI POSSIBILI E, A SUA VOLTA, SARÀ ARTICOLATA IN SOTTOLISTE

Una volta persuasi di ciò che vogliamo, ma soprattutto di ciò a cui siamo disposti, dobbiamo passare agli altri fattori e redigere le liste corrispondenti. Ricordiamoci che nessun fattore predomina sugli altri, tutti concorrono nella stessa misura: come diceva il comico, è la somma che fa il totale. Quindi, individuato il cosa, ci dobbiamo concentrare sul come.
Abbiamo premesso che la presente miniguida è tarata sulla ricerca tradizionale che, rispetto alla Rete, sarà più faticosa ma avrà il vantaggio della concretezza e dell’immediatezza.
Quindi, il come si concretizza con il fatto che noi stessi saremo il veicolo delle nostre indagini; dobbiamo dunque sapere a chi rivolgere il messaggio. Stileremo pertanto un primo elenco di persone fisiche da contattare come tradizione vuole: incontrandole e, senza giri di parole, rappresentando loro la nostra esigenza vitale di lavorare. Solo se vi è disponibilità, anche generica, focalizzeremo i nostri desiderata, facendo tesoro della classifica stilata in precedenza.
Nel formulare la lista, che sarà completa di nome, funzione, tipo di relazione, indirizzo, telefono, mail, non dobbiamo escludere nessuno fra le persone che ci vengono in mente e che riteniamo possano fare qualcosa per noi (ricordiamoci che spesso il potere non conta, talvolta è più preziosa la segnalazione di una persona semplice, operaio, pensionato o casalingo che, anche per circostanze fortuite, è a conoscenza della disponibilità di un certo lavoro che potrebbe fare per noi.
Quindi la nostra lista comprenderà:
A) parenti
B) colleghi di precedenti lavori
C) vecchi compagni di scuola
D) politici
E) sindacalisti
F) istituzioni
G) altri

 nell’approcciarli, ricordiamoci di mettere da parte sentimenti quali l’orgoglio, i vecchi rancori, la vergogna…
Quello che noi facciamo è semplicemente manifestare la nostra esigenza di lavorare. Non chiediamo elemosine né favori né raccomandazioni, semplicemente chiediamo ci venga fornita una segnalazione di dove rivolgere la nostra domanda e/o di segnalare la nostra esigenza e le nostre capacità a chi possa avere bisogno della nostra opera.
Il nostro interlocutore non dovrà vivere la richiesta come una “noia”. Peraltro, se sapremo proporci con garbo e con serenità, potremmo offrire anche all’interlocutore aspetti positivi in caso di risultato: conoscendo noi come persone serie e conoscendo l’esigenza di chi potrebbe avere bisogno della nostra opera automaticamente si ingenera la sensazione gradevole di fare nel tempo “bella figura”.
Consideriamo che alcune multinazionali prevedono addirittura dei bonus per i propri dipendenti che consentono con profitto la copertura di posizioni scoperte favorendo l’incontro tra la domanda di propri conoscenti/amici e l’offerta del proprio datore. Pertanto se sappiamo di nostri amici impiegati in multinazionali in Italia o all’estero, non esitiamo a contattarli, ne potrebbe sortire un reciproco beneficio.

Tuttavia, dobbiamo essere consapevoli che non tutti i colloqui saranno gradevoli, tanti saranno certamente poco produttivi ma la probabilità che comunicando si aprano opportunità mai preventivate vi è sempre e vale la pena tentare.

TERZA LISTA ovvero “MAPPATURA DEL TERRITORIO”

Accanto al sostegno che può provenire da chi ci conosce, va messa in campo la nostra proattività diretta. Anche su questo versante occorre procedere scientificamente con una pianificazione puntuale, partendo sempre dalla lista delle nostre esigenze. Prima di stilare l’elenco di probabili datori di lavoro che aspettano la nostra opera, dobbiamo focalizzare il territorio entro il cui perimetro siamo disposti a muoverci mettendo in conto che maggiori sono i vincoli che poniamo, minore è la probabilità di successo. Stileremo quindi un elenco delle zone della nostra città e/o delle città vicine e/o di città lontane ma vicine al nostro gradimento; anche in questo caso procederemo in ordine decrescente partendo dal centro (inteso come casa nostra) e allontanandoci via via ma con un criterio mirato, mixando cioè comodità di raggiungimento, presenza di probabili datori e – da ultimo – gradimento geografico:

A) città di residenza – quartieri preferiti
B) città limitrofe
C) città fuori regione
D) estero

QUARTA LISTA DEI PROBABILI “DATORI PER PRESA DIRETTA”

Effettuata questa lista, formuleremo l’ultima: quella relativa alle aziende, agli enti e alle istituzioni che intendiamo contattare. Lo faremo territorio per territorio. Anche in questo caso, la lista sarà costruita in ordine decrescente, partendo dalle aziende che operano nei settori a noi più congeniali, in assoluta coerenza con la lista che avremo precedentemente stilato in ordine a ciò che siamo disposti a fare. Azienda per azienda, ente per ente, cercheremo da Internet e da ogni altra fonte di acquisire le maggiori informazioni utili a non farci girare a vuoto: indirizzo, telefono, mail, responsabili delle risorse umane, posizioni scoperte, stage, solidità etc.

LA STRATEGIA È PRONTA, POSSIAMO PARTIRE

Procederemo con i contatti sul doppio binario: relazioni personali e probabili datori di lavoro.

Relazioni personali
Vanno affrontate di petto e nel più breve tempo. Inutile rimandare nella vana illusione che gli altri si accorgano di noi; senza la nostra proattività e determinazione saremo invisibili anche ai fratelli e, talvolta, anche ai genitori.
Occorre verificare al più preso se tali relazioni rappresentano un’opportunità e, soprattutto, se hanno la volontà e la possibilità di darci una mano. Occorre scartare senza esitazione e a prescindere dalla relazione coloro che promettono risultati sicuri: troppo spesso celano millanteria utile solo a pavoneggiarsi. Mettiamoli pure alla prova ma quando percepiamo superficialità d’approccio non prendiamoli in considerazione e andiamo oltre. Diffidiamo comunque e sempre di coloro che, a prescindere dalla relazione alludono all’esigenza di “ungere” la ricerca con regali o, peggio, con somme di denaro. È del tutto evidente che costoro sfruttano il disagio per vantaggi propri e spesso senza risultato.
Per i contatti, prendiamo quindi il telefono e chiediamo la disponibilità di vedersi magari per un aperitivo. All’incontro, senza giri di parole, andiamo al sodo: “Sono in cerca di lavoro… puoi fare qualcosa per me?”. Se la risposta è positiva – anche se debole – approfondiamo fornendo particolari, altrimenti depenniamo dalla lista senza tuttavia svilire il rapporto. Dobbiamo essere persuasi, senza dietrologie, che una risposta negativa secca e immediata, al di là del dispiacere che al momento ci procura, è al momento risolutiva e talvolta segno di grande onestà: il rifiuto non vuol dire che non sono nostri amici o che non comprendono il nostro disagio ma semplicemente che sono impossibilitati al momento a soddisfare la richiesta. Comunque conoscono il nostro disagio e potrebbero tenerne conto in futuro.

Aziende enti individuati nel territorio oggetto di ricerca

Abbiamo premesso che questa miniguida si ispira al metodo tradizionale di ricerca, quindi utilizzeremo le mail o i format aziendali solo se non avremo avuto successo con i contatti tradizionali che si limitano a: richiesta di appuntamento tramite il telefono e, se senza successo, tentata visita diretta presso la sede principale dove chiederemo di interloquire, o magari un appuntamento, con il responsabile risorse umane o direttamente con il titolare per le piccole imprese.

Annotazione personale come caso a supporto

Nella prima fase della mia carriera ricoprivo la responsabilità dello sviluppo commerciale dell’azienda attraverso le attività di recruting, formazione e gestione di promotori finanziari e assicurativi. I canali di selezione erano i più svariati: elenchi forniti dalle università, enti e istituzioni varie preposte al collocamento, domande spontanee, segnalazioni dentro e fuori del settore. Ho nel tempo assunto e avviato alla professione qualche centinaio di giovani, selezionati fra migliaia. Solo di alcuni di loro ricordo i primi contatti (soprattutto di coloro che hanno avuto successo e sono diventati professionisti o dirigenti); di uno in particolare non dimenticherò mai il primo incontro nel mio ufficio al centro di Roma.
Era una caldo tardo pomeriggio di agosto – per mia abitudine preferivo spesso lavorare in agosto – quando bussarono alla porta; non si trattava della segretaria che aveva terminato il turno. Al mio “avanti!” si affacciò un giovane dai capelli lunghi e dagli occhi chiari pieni di vitalità.
Uno spilungone sui venti anni assolutamente sconosciuto.
Non mi diede tempo di chiedere. Chiese prima lui: “Il dottor Manduca?” disse in modo diretto e straordinariamente sfacciato quanto comunicativo. Al mio perplesso “sì” per quella visita a sorpresa, né annunciata né in agenda, continuò dicendo: “Mi chiamo Alessandro (Cognome)… mi hanno detto che lei è il direttore delle assunzioni… vorrei proporre la mia candidatura…”.

Alessandro (nome forse di fantasia anche se l’interessato, ora manager, si riconoscerà in quel giovane) è stato assunto con profitto; fece una carriera rapida e brillante.

Concludendo, ricordiamoci di un’altra grande verità: per affrancare taluno dalla fame non serve, e comunque non basta, fornire il pesce per un giorno, occorre che gli si insegni a pescare e come individuare il mare dove poterlo fare tutti i giorni!
Buona pesca dunque e che sia proficua quanto basti!
La prossima puntata parleremo di come presentarsi al colloquio (metodo tradizionale).

Manduca