Un nuovo libro per Il giorno della memoria: “Rosa bianca” di Ernestina Tirria

“ROSA BIANCA” di Ernestina Tirria

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Un libro sulla Seconda guerra mondiale, un libro contro la violenza di razza e di genere, pubblicato a ridosso della giornata internazionale contro la violenza sulle donne a firma di Ernestina Tirria.
Quando mi pervenne il manoscritto di Ernestina Tirria ero impegnato nelle presentazioni del mio ultimo libro “Il Fante e le colline delle vette gemelle”. Un periodo felice dal punto di vista letterario dato che “Il fante”, intercettato dall’UNUCI e iscritto al premio Cerruglio 2015, ottenne il prestigioso riconoscimento nel corso di una solenne cerimonia, alla presenza, oltre che degli ufficiali delle Forze Armate dell’UNUCI, del contrammiraglio Sollitto, già capo della missione Mare Nostrum, e della senatrice della Repubblica Barbara Contini, già governatrice di Nassiria.

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Le motivazioni del riconoscimento sono state attribuite non già alle imprese belliche del soldato, che pure non saranno mancate, quanto alla sua azione umanitaria definita eroica, nella depressione desertica di El Alamein quando, sfidando il fuoco nemico e la morte, appena ventenne, nel luglio del 1942, si avventurò volontario su quella sabbia infuocata alla disperata ricerca dell’acqua per alleviare almeno le sofferenze dei commilitoni feriti e malarici nella cattività delle buche. Porterà a termine la missione, a caro prezzo con una grave ferita da fuoco incrociato sulla strada del ritorno, con l’acqua puzzolente di nafta ma salvifica.
Quel Fante, era mio padre: una storia di coraggio e di umanità in un teatro di guerra cruento dove l’umanità era davvero residuale. Una storia nella storia, degna di essere narrata anche per far comprendere agli odierni giovani lettori le innumerevoli sfaccettature dell’animo umano in scenari di guerra, dove i colori non sono mai nitidi ma connotati da mille sfumature non certo di solo grigio. Scenari che, purtroppo, sono lungi dall’essere svaniti. Anzi, in attualità, nuovi e minacciosi venti che spirano da Occidente a Oriente non sono certo gradevoli refoli ma tornado potenzialmente devastanti.

Dunque leggere il manoscritto di Tirria, “Rosa Bianca”, per poi valutarne la pubblicazione, mentre erano in pieno svolgimento le iniziative intorno a “Il fante”, mi consentì di considerare anche l’altra faccia nefasta della medesima guerra, la condizione delle popolazioni civili rimaste in patria. Condizione ancora più misera per quella parte di popolazione messa all’indice perché ebrea!

Deliberando per la pubblicazione, ho apprezzato, oltre che una bella storia, certo di sofferenza, certo di dramma immane, anche se narrata dall’autrice con estrema delicatezza, l’opportunità di forte aderenza con la mission della casa editrice di osservare e raccontare ogni fenomeno da più angolazioni e da diversi punti di vista.
In questo caso bipartisan per più ragioni: la medesima guerra narrata in un libro, “Il fante”, da un autore e, nell’altro, Rosa bianca da un’autrice; un protagonista uomo ne Il fante e una protagonista donna in Rosa bianca; un soldato ne “Il fante” e una fanciulla in “Rosa bianca”.
Ma “Rosa bianca” ha un elemento in più che, se possibile, merita maggiormente di essere cristallizzato nella memoria, narrando una travagliata storia d’amore comunque vissuta, dal 1938 a guerra finita, all’interno della tragedia dell’Olocausto che non ha risparmiato certo gli ebrei italiani.
Rosa, infatti, è un’adolescente di una famiglia ebrea di Como. Una famiglia felice e abbiente fin quando le leggi razziali non irrompono per devastarne la serenità e la normalità possibili in tempi in cui i venti di guerra soffiano impetuosi. Siamo a inizio guerra quando la piccola donna di nome Rosa incontra il suo Vincent, se ne innamora e sperimenta la sua prima volta in un angolo di paradiso sotto un salice piangente.
Ma l’idillio dura solo un attimo. Al risveglio, dopo l’amore sotto i rami flessibili del salice, Vincent non c’è più. Al suo posto una rosa bianca e una lettera di addio in cui esorta Rosa a lasciare l’Italia, dove ormai la sua famiglia, ebrea, non è più al sicuro. Il giorno dell’addio ai luoghi natii arriva presto. Rosa, impreparata all’evento e annichilita per l’addio forzato, viene spedita dalla famiglia in America, ritenuta all’epoca porto sicuro per chi si fosse voluto sottrarre alle follie naziste e fasciste.
In America, assolutamente all’oscuro delle vicende italiane, la piccola donna cresce e intercetta un possibile sogno: Mark, l’ufficiale gentiluomo. Ma il sogno americano non decolla e, a guerra finita, Rosa ritorna a casa dove dovrà constatare la dura realtà dello sterminio nazista e fascista della sua famiglia. Nella villa trova solo i servitori fedeli sopravvissuti perché non ebrei.
Il destino scaturito dalla guerra gioca altri scherzi, un po’ esaltanti e un po’ beffardi… Mark si materializza dalla lontana America. L’amore finalmente si consuma e, con una lenta metamorfosi, Mark si trasforma da amante irresistibile a marito padrone fino a divenire ciò che in attualità definiamo stolker.
Rosa deve combattere una nuova battaglia, stavolta non come ebrea ma come donna.
Ernestina Tirria evidentemente ama il lieto fine. Dal passato emerge nuovamente anche il primo amore: quel Vincent che, per rispondere a una questione di coscienza, non solo da soldato si scoprirà aver difeso senza successo la famiglia di Rosa ma, per non macchiarsi troppo degli eccidi con l’esercito, era divenuto obiettore.
Il corso della storia cambia e prende un’altra piega con il ritrovato primo amore…

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America: da Nuovo Mondo a Mondo “sTRUMPalato”?

Il sogno Americano è durato forse troppo a lungo al punto da trasformarsi in incubo?
Un sogno di libertà, di democrazia, di opportunità, forse irrealizzato, forse irrealizzabile o forse esageratamente perseguito da milioni di umani. Un sogno che, comunque, lasciava uno spiraglio di speranza che un mondo diverso e migliore da quelli distanti dall’America fosse possibile. Un sogno che faceva bene a una parte cospicua dell’umanità che, magari, prima o poi si sarebbe svegliata e sarebbe ritornata coi piedi sulla propria terra consapevole che “il migliore dei mondi possibili” deve essere quello che al momento ti ospita.

Mai avremmo immaginato, tuttavia, di passare dal sogno all’incubo di vedere l’America ostaggio di un solo uomo che in modo crudo lancia messaggi inquietanti non solo al resto del mondo ma agli stessi uomini e alle stesse donne che hanno fatto grande l’America e che lo hanno portato al trono.

Speriamo di svegliarci al più presto dall’incubo, senza ripiombare nuovamente in un sogno ormai tramontato; Semmai sogno dovrà esserci speriamo che sia quello di vedere il popolo americano riprendere le redini e porre rimedio dal basso: la marcia delle donne americane di ieri può rappresentare l’inizio del nuovo sogno di evitare lo scivolone da Mondo Nuovo a Mondo STR(a)UMPALATO!!!!

Terremoto: dopo la paura, proposta di prevenzione

Ormai è chiaro a tutti che l’Italia è una terra a elevato rischio sismico.
Noi osservatori lontani dalle zone particolarmente colpite possiamo farci un’opinione, sia sui drammi individuali e collettivi sia sulla macchina degli soccorsi e dell’assistenza alle popolazioni, soltanto dalle notizie che ci raggiungono direttamente in casa con la televisione e con gli altri strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione.
Da quanto apprendiamo, almeno per questi ultimi terremoti a partire dal 24 di agosto 2016, la macchina dei soccorsi messa in campo da tutte le organizzazioni civili e militari preposte sembra aver funzionato e funzionare, se non alla perfezione sempre auspicabile, al massimo delle possibilità sia per tempistica sia per efficacia degli interventi.
Anche la solidarietà diffusa, tuttavia mai scontata neppure fra gli italiani “brava gente”, sembra aver risposto e continuare a rispondere con grande generosità

Ovviamente, non potendo verificare, registriamo con orgoglio italiano il dato e affidiamo alla storia un giudizio più esaustivo e meno condizionato dalle emozioni del momento.

Un altro elemento apprezzabile, anche se per qualcuno probabile fonte di delusione, è l’ammissione della scienza, per voce degli esperti intervistati, circa l’impossibilità di prevedere con esattezza QUANDO un evento sismico si verificherà, DOVE si verificherà e di CHE GRADO.

L’ammissione, chiaro segno non tanto di impotenza quanto di onestà, fa sicuramente onore a una Scienza che vuole essere non esatta ma certamente corretta.

Le due verità ovvero la morfologia dell’Italia (sismica) e l’impossibilità per la scienza di prevedere il QUANDO, combinate alla consapevolezza che il SE non è messo in discussione, dovrebbe indurre tutte le istituzioni competenti non solo a tenere alta la guardia sull’organizzazione dei soccorsi da affinare e finanziare sempre al meglio ma di rivedere anche le norme antisismiche, sia per le nuove costruzioni civili e pubbliche sia per le ristrutturazioni o le ricostruzioni di quelle demolite.

Ed ecco l’ idea che spererei non fosse inedita e originale ma successiva a tante simili magari ancor non realizzate a livello di massa:

1) prevedere fra le norme antisismiche la realizzazione all’interno di ciascuna abitazione di una “zona di sicurezza”, ben individuata e individuabile e facilmente raggiungibile da ogni ambiente. Una zona sottostante ad un solido e ampio architrave magari ben messa in evidenza? Zona ovviamente da tenere sgombra in modo da poter accogliere i presenti; oppure solidi box (minibunker) di cemento armato progettati per tutti i piani, sulla stessa colonna, per ciascun appartamento (potrebbero essere per esempio i bagni)? Quale che sia, credo che a ingegneri e architetti non mancheranno le idee e cedo anche che il vincolo economico dovrebbe essere un elemento trascurabile: meglio una qualche metro quadro in meno in un’abitazione se questo può vuol dire una vita in più.

2) inserimento obbligatorio nelle scuole di una nuova disciplina finalizzata a far conoscere la geologia d’Italia, la dinamica di terremoti, i comportamenti da tenere e la gestione delle ansie.

Abbiamo assistito in questo scorcio di legislatura a tanti proclami sugli argomenti più disparati con scarse realizzazioni: credo che la causa della sicurezza richieda finalmente atti concreti a partire prorio da nuove legislazioni.

ALMAVIVA: ancora rottamazione umana – Schiavi “on line”

La vicenda di Almaviva ripropone il tema in chiave drammatica degli argomenti trattati sul finire del secolo scorso da l mio saggio “Rottami eccellenti”, Ediesse.

Alla pagina 115 scrivevo: “Schiavi on line”.
“proliferano in questi anni i cosiddetti call center. che, a parole nostre, altro non sono che centrali telefoniche/telematiche dentro le quali insistono varie postazioni (box) occupate da altrettanti operatori ed operatrici.
Forniscono servizi di consulenza di vario genere all’utenza, relegata sempre più entro le mura domestiche al riparo dei tradizionali contatti fisici presso le sedi dei fornitori dei servizi.
(…) L’operatore all’uopo formato, recepisce la richiesta attraverso cuffie fissate sul proprio capo. Contemporaneamente con le mani, che gli inventori del sistema hanno ben pensato di lasciare esonerate dal dover tenere cornetta e penna in mano, consulta le procedure informatiche, combinando su una tastiera lettere e numeri, recepisce l’informazione e con la voce la trasmette in diretta al richiedente.
Sistema indubbiamente comodo, veloce e a basso costo.
Ho avuto modo di avere testimonianza sull’argomento.
Gli addetti di norma non sono assunti col tradizionale rapporto di lavoro a tempo indeterminato:

– ottengono contratti individuali di collaborazione, a tempo determinato, co.co.co., ossia collaboratore coordinato e continuativo;
-vengono pagati molto al di sotto della media di attività impiegatizie tradizionali, di norma qualche euro a telefonata, in entrata o in uscita;
– devono rimanere ‘fermi’ alla postazione; praticamente legati alle cuffie (novelle catene di novelli schiavi) per 5 o 6 ore;
– devono sperare di parlare in continuazione, ovviamente a telefonate diverse, per poter realizzare una retribuzione ragionevole;
– e, quel che più stupisce, (…) devono pagare l’uso della postazione.

In altre parole devono pagare il proprio datore di lavoro affinché consenta loro di lavorare per lui, ed eventualmente essere poi pagati. (…)”

Presso le aziende che in questi anni denunciano a raffica esuberi e quindi procedono a licenziamenti di massa, pur in assenza di crisi acclarate ma grazie al fatto di poter ridurre il costo del lavoro delocalizzando le attività, magari non sarà proprio così. Per quanto è dato sapere, i lavoratori sono assunti a tempo indeterminato. Rimangono tuttavia le condizioni di lavoro prossime alla schiavitù, le retribuzioni assolutamente lontane dal principio di “sufficienza” pur sempre sancito dalla Costituzione vigente e, nonostante tutto ciò, la precarietà che vince sempre sulla certezza, pur a fronte di contratti a tempo indeterminato.

Insomma, ancora una volta per il lavoro “mala tempora currunt”. D’altronde, anche l’orientamento del diritto costituzionale sembra favorire proprio la precarietà, vista la decisione della Consulta di ritenere inammissibile il quesito sull’art. 18.

Il libro “Rottami eccellenti” può essere ordinato a v.manduca@libero.it prezzo € 13,00

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Morire in te

Pomeriggio uggioso di gennaio
per caso disceso nel tuo mondo
ho respirato te in quel ghiacciaio
scaldato un tempo da un amor profondo

quando, bambina, non osavi ancora
confessare almeno a te quella follia
di amarmi o, almeno almeno per un’ora,
inebriarti, facendo tua l’anima mia.

Magari sbaglio ora, sbagliai forse parecchio
al phon lisciando un dì i neri tuoi capelli
ancor bagnati davanti al grande specchio
a leggere le tue labbra e gli occhi belli

“un ragazzo solare come te, io amerei”
di fuoco il tuo sguardo mi trafisse
ignorai severo; eri bambina e appartenevo a lei …
parlai ben d’altro, ché lei, di là, non si ferisse

L’amavo, certo e l’amo, ma quel tuo dolce sguardo
languido e l’apparenza un po’ lasciva
mi entraron dentro come un traguardo
che anche in là, crescendo, mi assaliva.

Ed eccoti stanotte sul divano
dove di noi “monelli” saettava la passione
sorprendermi con un vibrante “t’amo”
nel mordermi la lingua all’effusione …

precipitevolissimevolmente
l’anima mia in quel bacio tuo dolcissimo
sparì tra le tue labbra interamente
morì per te e con te, ed è stato bellissimo!

Prima riflessione dell’anno nuovo

L’augurio globale è che l’umanità tutta possa mettere a frutto la maggiore maturità resa possibile da un altro anno,il 2016, trascorso fra eventi straordinari di segno opposto che hanno condizionato, nel bene e nel male, l’esistenza di intere collettività e di singole persone.

Sarebbe presuntuoso immaginare di incidere anche minimamente sull’agire delle masse. Il forte desiderio rimane quello di poter condividere la riflessione con piccoli gruppi, con famiglie e con semplici individui e indurre a comportamenti e azioni minime che siano semplicemente rispettose delle altrui opinioni e degli altrui modi di essere specialmente quando improntati, a loro volta, al medesimo rispetto se pure non in forma palesemente visibile.
Talvolta il rispetto del prossimo e del diverso si materializza anche con il “non fare” se il fare si traduce in molestia seppure involontaria.

La riflessione nasce dal fatto che vi sono persone che di fronte alla relazione con l’altro, a qualsiasi titolo (sorelle, fratelli, genitori, amici, coniugi, fidanzati) si pongono come osservatori critici e sistematici per tramutarsi in giudici monocratici e severi nel contestare arbitrariamente altro un comportamento semplicemente diverso da ciò che ci si attende.
Vi sono, tra queste persone, alcuni che, passato il buonismo di maniera del Natale ma cogliendo l’occasione dei rinnovati contatti natalizi, avviano veri e propri processi sommari che concentrano la loro azione proprio ai primi giorni dell’anno, tanto per dare il buon augurio.

Probabilmente si tratta di disturbi dell’animo che nessun terapeuta riuscirà mai a curare.

A queste persone, infelici e creatori di infelicità altrui, vogliamo dire di rasserenare gli animi e, caso mai, ignorare semplicemente le persone con opinioni diverse. L’efficacia e la magia dell’Oblio in siffatti casi possono fare ciò che nessuna terapia, psichica o fisica, potrà mai fare.

Anche a costoro, comunque, un grande augurio di rasserenamento e di felicità.